Dalla Città delle Dame ai giorni nostri:



Ci sono ricerche che mi sorprendono, perché spostano indietro le lancette della storia di secoli e ci mettono di fronte a un dato scomodo, che evidenzia la nostra inerzia evolutiva: siamo abituati a pensare che la riflessione sui condizionamenti culturali, sull’accesso al sapere e sulla mancata dignità del femminile sia una conquista recente del Novecento. 

Ciò che oggi spacciamo per dibattito contemporaneo è una riflessione profonda che si formulava già nel tardo Medioevo e che ancora oggi è una lezione moderna e al passo con i tempi. Nel 1405 — oltre seicento anni fa — una donna si poneva esattamente queste questioni con una lucidità e una precisione filosofica disarmanti. Quella donna era Christine de Pizan! 

A differenza della rivendicazione del movimento femminista moderno che chiede da decenni continue concessioni, invocando un'omologazione a schemi precostituiti, Christine rifiutava alla radice l'idea di essere un’eccezione, rifiutava di essere la deroga concessa da un sistema immobile, questa emancipazione solitaria che ricade sull'idea di considerare la donna che si emancipa nella sua dignità come "il panda che ce l'ha fatta!", una specie di forma vivente in via di estinzione. 

Siamo abituati a un mondo che tollera la donna soltanto se non ne mette in discussione le logiche di fondo. Per secoli, l'organizzazione sociale ha preteso le donne recluse, silenziate, prive d'istruzione e confinate nell'invisibilità. La società le ha per secoli escluse con ogni mezzo, fino alla diffamazione, allo sterminio, promulgati anche dai dottori della Chiesa e da altri liberi pensatori. 

Oggi la forma del condizionamento culturale si è rovesciata: si offre un'emancipazione che richiede alle donne di performare all'interno di ritmi, linguaggi, modelli di competizione e conflitti che provengono dallo stesso modello sociale che le ha escluse per secoli. Il modello sociale che è stato forgiato negli ultimi 80 anni della storia repubblicana, ad esempio, sebbene abbia iniziato a costruire un primo spazio, rimane comunque molto lontano dal sentire, dalla gestione del tempo e dalla dimensione che contemplerebbe le donne. Ancora oggi, si riconosce la dignità alla donna se combatte per idee e strutture già confezionate altrove, trasformandola, ancora una volta, in uno strumento in mano a logiche di controllo delle masse e competizione.

Christine de Pizan lo aveva compreso con oltre sei secoli di anticipo. Scrive e divulga nel 1405 un breve saggio e ci racconta l'edificazione della Città delle Dame attraverso l'allegorica guida di Ragione, Rettitudine e Giustizia. Christine, nel passaggio fra tardo Medioevo e Rinascimento, smantella la narrazione che voleva la donna "naturalmente" inferiore o dipendente, mostrando come la presunta inadeguatezza fosse il frutto di una prolungata segregazione e di un sistematico oblio: un'inferiorità culturale piuttosto che naturale. Questa inferiorità è stata per secoli sostenuta da chierici, filosofi e uomini di cultura e il fenomeno non si è concluso nel secolo attuale.

Il filo d'oro di consapevolezza della dignità della Donna, il filo dell'evoluzione che da secoli è rimasto celato, non si è mai del tutto spezzato. Ha attraversato i secoli riemergendo nei momenti di snodo della nostra storia, come è accaduto ottant'anni fa. Il primo suffragio universale ha finalmente permesso alle donne di partecipare alla società e votare e farsi votare per l'Assemblea Costituente. Siamo nel 1946, su 556 deputati totali furono elette 21 donne: le Madri Costituenti. Queste prime donne attive nella politica erano  finalmente dentro le istituzioni e non più solo operaie nelle fabbriche, partigiane e manifestanti nelle piazze. 

Le Madri Costituenti hanno creduto fermamente che il contributo delle donne nell'edificazione della Repubblica non dovesse essere un semplice adeguamento alle strutture esistenti, ma l'immissione di una nuova visione della società, fondata sulla dignità intrinseca, sull'equità e sulla tutela dei diritti civili, politici e economici. Una schiavitù silenziosa quella delle donne, ricordo che la schiavitù è stata progressivamente abolita nel 1800 in molti regni e stati, formalmente dichiarata illegale con l'articolo 4 della Carta fondamentale dei diritti umani. Eppure le matriarche non cercavano di provocare il risentimento secolare, né la vendetta per secoli di ridimensionamento: cercavano di radicare nella Carta fondamentale il rispetto per un sentire autentico, capace di trasformare la società per tutti, nel rispetto della diversità, attraverso i principi dell'uguaglianza, della pari dignità. Hanno lavorato dentro le istituzioni, edificando i diritti civili e politici attraverso l'opera, la tutela e la legittimità  delle istituzioni repubblicane e sovrane. Sono stati necessari più di trent'anni per arrivare alle leggi di attuazione dei dettami fondamentali della Carta Costituzionale e il contributo di queste donne è stato sostanziale. Siamo al 5 agosto 1981 quando viene abolito il delitto d'onore (articolo 587 del Codice penale) e il matrimonio riparatore (articolo 544 del Codice penale) con la legge n. 442/1981.

         Delitto d'onore.  Art. 587 Codice Rocco

Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell'atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d'ira determinato dall'offesa recata all'onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni.
Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.
Se colui che scopre la relazione cagiona, nelle dette circostanze, alle persone suddette, una lesione personale, le pene stabilite negli articoli 582 e 583 sono ridotte a un terzo; e, se ne deriva la morte, la pena è della reclusione da due a cinque anni.

serve aggiungere altro?

Il condizionamento secolare di un'inferiorità della donna non è certamente evaporato perché è stata abolita una legge. Nessun tipo di educazione è stata promossa per estirpare questo sentito di dominio, anzi si è esteso alimentato dal clima di rivendicazione e risentimento  nella seconda metà degli anni settanta. In quegli anni difficili, il clima di sommaria resa dei conti fu causato anche dal mancato processo giudiziario che è stato negato alla storia dell'Italia, infatti non abbiamo avuto la "Norimberga italiana", ovvero i crimini compiuti durante il ventennio non sono stati oggetti di indagine e condanna, come fu per la Germania nazista. Il momento storico difficile, il cambio generazionale favorirono una progressiva emarginazione della matrice istituzionale e dell'insegnamento politico-costituzionale delle origini.  Non è stato dato sufficiente spazio per coltivare una nuova classe di donne istituzionali capaci di raccogliere l'eredità profonda delle Madri Costituenti. Le 21 matriarche si sono progressivamente ritirate, anche per limiti di età, mentre altre sono state escluse, esautorate dagli stessi partiti che le avevano sostenute.  All'incirca da questo periodo, la dignità della donna ha progressivamente perso la cogenza dei principi costituenti. I diritti si sono combattuti nelle movimentazioni di piazza, così le istituzioni si sono svuotate delle donne con capacità costituenti. Passando, quasi per paradosso,  alle donne delle piazze che con lo slogan "il corpo è mio e lo gestisco io" hanno abbracciato logiche che hanno esautorato il potere della visione istituzionale, dando sempre più forza alle piazze e contribuendo a  rendere l'edificazione della società vittima della propaganda.

Dunque, dopo ottant'anni ci troviamo ad affrontare una sottile e nuova forma di trappola: credere che la parità sia omologarsi a un modello unico, dimenticando la propria specificità e la propria voce. Leggere Christine de Pizan nel nostro presente, a fronte del quadro sociale in cui ora siamo, mi permette di evitare sia la rassegnazione che il conflitto. 

La liberazione non consiste nel conquistare un posto in una struttura alienante come la società che abbiamo edificato, che anche il nostro silenzio e la reclusione secolare hanno edificato. Oggi siamo chiamate a de-costruire per restituire spazio e autorevolezza alla dimensione del femminile, al suo tempo e alla sua capacità di Custodia e di Cura, abbiamo ancora e anche il compito di insegnare che la cura e la custodia sono valori fondanti delle società che sono stati cancellati dalla società di mercato. Sono i valori che ci avvicinano alla nostra dignità, verso cui protendiamo nel nostro sentire profondo. Non abbiamo bisogno di essere "integrate" in un modello che non ci rispecchia, non abbiamo bisogno di essere decifrate come se fossimo un problema. Abbiamo bisogno di abitare il presente con la stessa lucida autonomia con cui, nel 1405, si edificava la prima "Città delle Dame".

Cristina Salvadori



Biblioteca Malatestiana Antica




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