Invidia: una legione che chiede attenzione

Invidia: una legione che chiede attenzione

Quando diciamo invidia, generalmente pensiamo a qualcuno che vuole ciò che appartiene a qualcun altro: io ho una cosa, tu la vedi, la vuoi e, poiché io ce l'ho e tu no, mi invidi. È una definizione che può anche descrivere una forma di invidia molto superficiale.

Ti sei mai chiesto cosa accade, infatti, a chi viene guardato con invidia? Ti sei mai chiesto come opera l'invidia? Apparentemente pochi o nessuno si definirebbero invidiosi. Quindi, che cosa accade quando l'invidia non è semplicemente il desiderio di avere ciò che l'altro possiede?

L'invidia ha a che fare con l'attenzione, con il bisogno di considerazione. Nelle circostanze e nei contesti dove l'altro si manifesta per ciò che è, qualcuno, invece di riconoscere ciò che vede, sposta l'attenzione. Spostare l'attenzione può avvenire in tanti modi: dal giudizio fino alla calunnia, operando affinché il ciò che l'altro mostra venga esautorato, oppure attirando l'attenzione su di sé. Si evince, quindi, che non è necessario volere qualcosa che l'altro ha o è: basta semplicemente spostare l'attenzione. Ad esempio, può essere sufficiente non volere che tu rimanga nel tuo, che tu appaia in quel modo che a me dà fastidio.

L'invidia ha necessariamente almeno due attori. Quindi, all'altro, a colui che "subisce", cosa accade? Non necessariamente incamera l'invidia e dunque impara a sua volta a muoversi con questa modalità. Potrebbe incamerare il giudizio. Se riconosco che nella mia storia personale il mio manifestarmi suscita, in chi mi sta intorno, una risposta di questo tipo, posso imparare a nascondermi. Non perché il mio valore sia scomparso, ma perché ho imparato che mostrarlo espone al giudizio; e allora posso arrivare a vergognarmi del mio stesso manifestarmi, esprimermi. Il movente non è più soltanto fuori (subire l'invidia): è dentro.

L'invidia come legione

Non sono interessata a dare all'invidia alcun senso di peccato o osservarla come retaggio della morale. Mi interessa osservare che cosa accade quando diventa una presenza che si muove nell'uomo, quando cattura l'attenzione, la sposta e la orienta.

La scelta del riferimento per definire l'invidia come legione evoca l'immagine della molteplicità degli aggregati psichici — fra cui l'invidia — che si muovono insieme: molti pensieri, molta considerazione, molti giudizi che possono avere l'effetto di portarmi fuori da me. Se continuo a guardare quello che ha l'altro, quello che fa l'altro, quello che è l'altro, quanto vale l'altro e quanto viene riconosciuto l'altro, io non sono più dentro il mio valore: sono nell'altro. Ed è quando l'altro diventa una minaccia per il mio valore che posso avere bisogno di abbassarlo. L'invidia allora non è più soltanto «io voglio ciò che hai tu», ma può diventare: «Il tuo valore, la tua presenza, mi mette in difficoltà!». E se non posso stare davanti al tuo valore, posso cercare di spostare l'attenzione.

È qui che l'invidia diventa anche una risposta biologica.

La minaccia all'integrità

Puoi scegliere di non provare invidia per quella persona? Di non detestarla? Anche solo per qualche momento, mentre fa quella cosa, mentre dice quella cosa?

L'invidia è anche parte di una risposta biologica volta alla sopravvivenza. Ma di cosa? L'invidia si prova come un odore particolare, un incedere nel parlare, nel movimento: sono stati d'animo biologici che nell'umanità hanno perso il senso della misura. Mentre per gli animali sono stati biologici e comportamenti funzionali all'esistenza, per noi umani sono diventati stati alterati e patologici.

Nel modello teorico delle 5 Leggi Biologiche, il cervelletto è il centro direzionale dei relè del mesoderma antico e il suo registro emozionale principale è quello della protezione dell'integrità. Il sentito — ovvero l'emozione — viene ricondotto alla minaccia all'integrità, all'attacco inteso come qualcosa che può arrivare dall'esterno o dall'interno: un insulto, un'aggressione, un insudiciamento, qualcosa che viene percepito come una violazione della propria integrità. Nelle fonti che utilizzo per lo studio e la divulgazione delle 5LB, il comportamento che deriva dai sentiti attivanti del cervelletto viene descritto come una «morte emozionale»: una sorta di anestesia, di muro di gomma, nella quale ciò che accade non è pienamente sentito, non senti ciò che ti abita e anestetizzi l'empatia.

Se osserviamo l'invidia da questo punto di vista, possiamo comprendere perché non sia necessario che esista un oggetto concreto da possedere. Può essere sufficiente che l'altro — con ciò che è, con ciò che manifesta, con il suo valore — venga percepito come una minaccia, come un'intrusione nel mio spazio. Una minaccia alla mia sopravvivenza rivolta alla mia integrità, alla mia sicurezza, al mio senso di appartenenza, una minaccia a ciò che è mio. L'altro mi sta privando della piena attenzione, mi sta privando della considerazione che sento come vitale, come un viscerale bisogno di stare al centro.

E allora l'invidia si può manifestare come odio. Detestare qualcuno anche se non necessariamente lo riconosco e lo dichiaro, poiché la biologia non ha bisogno che io sappia dire: «Io ti invidio, ti detesto, ti odio, voglio il tuo male!». La risposta biologica può essere già partita e, in assenza di empatia, non senti più ciò che ti abita.

L'invidia può diventare così una modalità attraverso la quale quella minaccia cerca di essere gestita: togliendo valore, spostando l'attenzione, giudicando, denigrando. Non devo distruggerti: posso semplicemente fare in modo che tu smetta di essere ciò che sei.

Quindi, sarà possibile non avere bisogno che l'altro stia peggio perché io possa stare meglio?

La benevolenza

La benevolenza non è fare il bene per l'altro. Fare il bene per l'altro, se sono io a decidere che cosa è bene, può diventare controllo. Posso fare qualcosa per te e, mentre penso di aiutarti, in realtà sto decidendo io dove devi andare, che cosa devi fare, che cosa è bene per te: questa non è benevolenza.

La benevolenza ha più a che vedere con il volere che l'altro stia bene, che stia nel pieno di ciò che è. La benevolenza è assenza di invidia: è ciò che ti accade quando incontri il valore dell'altro.

E "chi subisce" l'invidia?

Non ho detto: «Tu sei vittima dell'invidia degli altri». Tu non sei vittima di nessuno. La parola vittima la posso usare soltanto se la sposto non fuori, ma dentro. Sei vittima del giudizio che hai costruito su di te.

Quindi, vittima, in questo caso, è colui che entra in un conflitto di inferiorità: non sei vittima dell'altro perché l'altro ti invidia. Il punto è ciò che può accadere quando quel giudizio viene incamerato. Infatti la "vittima", che è vittima solo di se stessa, non ha incamerato l'invidia e non ne emula la strategia di sopravvivenza; tuttavia ha incamerato il giudizio: «Il mio valore, manifestarmi, è sbagliato. E quindi mi nascondo per non sentire il giudizio».

Mi faccio piccolo e insignificante cercando di non suscitare il giudizio degli altri, senza accorgermi che, nel frattempo, ho cominciato a nascondere me stesso, sprofondando in un bisogno di considerazione enorme: la vergogna. La vergogna è la dimostrazione di essere stato giudicato, e quel giudizio mi ha dato una posizione nel gruppo che io ho accettato pur di non mettermi in discussione. Sono vittima di un senso di inferiorità.

E lo sbruffone? Lui ce l'ha fatta?

Lo sbruffone e l'elegante

Lo sbruffone può sembrare l'opposto del vergognoso, ma semplicemente è qualcuno che ha preso la forza di agire e manifestarsi proprio dal giudizio che gli altri avevano espresso su di lui: «Mi avete detto che non vado bene così? Adesso vi faccio vedere». In questo modo non si è comunque ancora emancipato, è ancora dentro il giudizio degli altri, dipende ancora da loro: non è forse più vergognoso, ma non è ancora libero, perché continua a muoversi in relazione a quello che altri pensano, o meglio giudicano.

Guarda il Sole! La sua benevolenza è il principio elegante a cui dovremmo aspirare. Il Sole è Sole per tutti e proietta l'ombra, non la giudica, la osserva. Con chi è trasparente, invece, il Sole non proietta ombra alcuna. L'ombra non significa che il Sole sia sbagliato: significa che c'è qualcosa che si interpone alla luce. E allora forse non devo spegnere il Sole per evitare (vergogna) che qualcuno veda la mia luce, e non devo neppure diventare sbruffone per dimostrare che il Sole è solo mio.

Facendo attenzione a non confondere la benevolenza con il controllo. Perché volere che l'altro stia bene non significa sapere che cosa deve fare per stare bene. La benevolenza è poter stare davanti alla tua esistenza senza avere bisogno di modificarla: questa è la vera assenza di invidia.

                                        
Il coraggio di essere ciò che si è

ILTédelle5Lb

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