Il dio della guerra: una forza ancora all’opera?


 

Ricordo fin dall'infanzia i racconti di mio nonno Beniamino sul fronte del Don. Un ragazzo di diciotto anni, partito dai monti di Bagolino e mandato al fronte. La voce dei ricordi è il romanzo che mi ha lasciato. Ancora oggi lo leggo sentendo il suono della sua voce, mentre lacrime calde e copiose bagnano le pagine di quella storia vera che trasformò un casaro di malga in un Reduce.

La mia genealogia viene anche da lì. La guerra è stata una presenza che, attraverso la voce di Beniamino, mi ha accompagnata fin dall'infanzia, facendomi sentire la parte vera e reale di ciò che la Guerra è. Per chi non l'ha sentita raccontare, essa rimane un evento politico, economico o militare; ma già presso gli antichi era molto di più. Greci, Romani e molte altre civiltà attribuirono alla guerra una dimensione divina, una volontà simbolica, riconoscendola come un dio. Oggi siamo portati a considerare questa visione come superstizione; eppure la mitologia rappresentava un linguaggio attraverso cui descrivere le grandi forze che agivano nell'Essere umano.

Perché il dio della guerra?

Gli antichi osservavano che la guerra era capace di trascinare popoli, modificare confini, abbattere regni e soprattutto trasformare uomini comuni in eroi, reduci, martiri o tiranni. Nessun individuo sembrava controllarla veramente e, una volta iniziata, la forza della guerra era capace di imporsi persino a coloro che l'avevano invocata.

Le grandi civiltà dell'antichità sapevano che la guerra era anche progresso: svilupparono strade, ponti, sistemi di approvvigionamento e organizzazioni logistiche sempre più sofisticate per sostenere eserciti in movimento. L'ingegneria romana nacque in larga parte dalla necessità di collegare rapidamente territori, spostare uomini e garantire il controllo dell'impero sotto l'egida del dio Marte, protettore delle battaglie della comunità tutta.

Nei secoli successivi la dinamica si ripete. La navigazione, la metallurgia, le tecniche di costruzione, la medicina da campo e l'organizzazione delle comunicazioni ricevettero spesso impulsi decisivi durante i periodi di conflitto. Terminata la guerra, le innovazioni continuarono il loro cammino nella vita civile. La modernità tende a ricordare soprattutto questi risultati tangibili. Eppure gli antichi sembrano rivolgere la propria attenzione altrove.

Non soltanto a ciò che la guerra trasformava all'esterno, ma a ciò che la guerra trasformava all'interno.

Il dio della guerra non rappresentava allora la glorificazione del conflitto, bensì il riconoscimento di una potenza che l'essere umano percepiva come più grande di sé. Non una semplice battaglia tra eserciti, ma una forza capace di travolgere individui e popoli e trasformare profondamente gli esseri umani. Da questa prospettiva, la guerra appare come potenza che distrugge e crea, divide e unisce, genera sofferenza e al tempo stesso costringe uomini e comunità a confrontarsi con limiti che, in condizioni ordinarie, rimarrebbero invisibili. Lo testimonia la tradizione greca: la guerra di Troia non è giunta fino a noi per le sue strategie militari o per le innovazioni tecniche che ne derivarono. È sopravvissuta perché racconta la trasformazione dei suoi protagonisti. Achille, Ettore e Ulisse non combattono soltanto contro un nemico esterno; attraverso il conflitto vengono messi alla prova, costretti a confrontarsi con il destino, l'onore, la paura, il sacrificio, l'ambizione e la perdita. Costretti ad affrontare una trasformazione, la guerra diventa così il teatro visibile di processi interiori, poiché la guerra mobilita risorse che in condizioni ordinarie rimarrebbero latenti. Questa capacità di accelerare i processi di trasformazione portò gli antichi a riconoscere nella guerra qualcosa di più di un semplice scontro tra eserciti.

Esiste una forza che costringe l'essere umano a diventare qualcosa che prima non era?

Osservando la storia dell'Homo sapiens sembra suggerire che le grandi capacità della nostra specie non si siano manifestate nei periodi di stabilità, ma nei momenti di pressione, cambiamento e crisi: una straordinaria capacità di adattamento, a cominciare dalla capacità riproduttiva della donna sapiens. Rispetto a molti mammiferi di dimensioni comparabili, la possibilità di generare numerose discendenze nell'arco della stessa vita ha consentito alla nostra specie una continuità biologica senza precedenti: un vantaggio riproduttivo che ha permesso la permanenza e l'espansione del sapiens.

Prima ancora della rivoluzione agricola.

Prima ancora della tecnologia.

Prima ancora della civiltà.

La continuità della specie è la priorità.

Fin dalla sua comparsa, l'essere umano, e in particolare la stirpe dei Sapiens, ha attraversato oscillazioni climatiche, migrazioni, carestie, epidemie e catastrofi ambientali. Ha abbandonato territori favorevoli per avventurarsi in ambienti sempre più ostili, fino a occupare deserti, foreste, montagne e regioni polari; ma dove altre specie del genere Homo si sono estinte, il Sapiens ha continuato a espandersi.

Non siamo gli animali più forti.

Non siamo i più veloci.

Non siamo i meglio armati.

Eppure siamo quelli che hanno saputo trasformare la necessità in innovazione e l'imprevisto in adattamento.

Ogni crisi ha costretto la specie a portare alla luce risorse che, in condizioni più favorevoli, sarebbero rimaste dormienti. La fisiologia della sopravvivenza custodisce risorse che diventano accessibili quando le circostanze lo richiedono; pertanto la scarsità, il pericolo e l'incertezza hanno favorito l'evoluzione del sapiens molto più della stabilità e dell'abbondanza.

Nei secoli che ci hanno preceduto e hanno caratterizzato la nostra civiltà, la guerra sembra dunque agire sulle collettività nello stesso modo in cui la pressione ambientale agisce sulla specie: costringendo a mobilitare risorse che in condizioni ordinarie rimarrebbero inutilizzate.

Ancora oggi sono necessarie continue crisi e minacce di estinzione perché emergano le risorse necessarie all'evoluzione? Oppure è possibile riconoscere l'influenza di una forza esteriore e utilizzarla consapevolmente all'interno dell'individuo, trasformandola da potenza collettiva a forza interiore? Questa forza che ha camminato affianco della nostra evoluzione portando continii e repentini cambiamenti a cui ci siamo adattati e grazie ai quali siamo tecnologicamente evoluti, è una forza ancora all'opera?

Alcuni pensatori del Novecento tentarono di rispondere proprio a questa domanda. Tra questi George Ivanovič Gurdjieff, che propose una lettura sorprendente del rapporto tra evoluzione umana, crisi collettive e trasformazione interiore.

Nella prima metà dello scorso secolo il filosofo George Ivanovič Gurdjieff coniò il termine Soliunensius per indicare un influsso attribuito al Sole e capace di produrre effetti sugli esseri umani. Se sappiamo osservare come la luna piena sia in grado di favorire le nascite, come potrebbe l'influenza del Sole non avere effetti sugli esseri che abitano il pianeta? Tale influenza avrebbe lo scopo di accelerare i processi di sviluppo dell'essere umano nella direzione di una progressiva acquisizione della cosiddetta "Ragione oggettiva" che si esprime come un bisogno che spinge ad acquisire una iniziale capacità di rendersi conto, di sentirsi presenti, liberi dalla meccanicità di un esistenza condotta senza scopo, la cui amarezza emerge di quanto in quanto e si fa sentire con l'età e al trapasso. Sembrerebbe che questo bisogno aumenti da sé proprio grazie alla naturale influenza del Sole e alla presenza ciclica dei suoi influssi. Cioè, secondo l'autore, Il Soliunensius sarebbe all'origine di certe tensioni periodiche o cicliche che investono il pianeta Terra. Tuttavia l'azione del Soliunensius, invece di produrre profondi cambiamenti di coscienza e una maggiore libertà interiore, spingerebbe gli esseri umani verso quella che Gurdjieff chiamava la tendenza alla "reciproca distruzione", ovvero rivolte e guerre e anziché suscitare il bisogno di un accelerato perfezionamento di sé, susciterebbe un impulso ribelle diretto fuori di noi invece che dentro. L'impulso a un lavoro interiore si trasformerebbe così in una emancipazione esteriore.

La guerra, a cui assistiamo da millenni come stirpe, appare dunque come un tragico "cortocircuito" evolutivo: quando questa potente energia solare, destinata al perfezionamento interiore e alla conquista della "Ragione oggettiva", non viene compresa o canalizzata, essa viene catturata dalla nostra fisiologia della sopravvivenza, trasformando il bisogno di evoluzione in un impulso distruttivo proiettato verso l'esterno. Forse una delle manifestazioni più evidenti di questa energia mal compresa è la crescente incapacità di contenere l'aggressività, fino a trasformare il confronto in desiderio di annientamento. Quando la forza che potrebbe essere impiegata per una trasformazione interiore viene proiettata all'esterno, il conflitto degenera facilmente in violenza, distruzione e sopraffazione.

Alle soglie di una rivoluzione tecnologica che promette di ridurre molte delle crisi che hanno accompagnato la storia della nostra stirpe, potremmo forse avere la maturità per comprendere che è giunto il tempo in cui il guerriero pianterà la spada. Si appenderà a quella croce per portare la Pace e il Sacro. E come ci ricordano gli antichi e la tradizione orientale, solo allora il guerriero diventerà Uomo capace di dominare e conquistare il proprio mondo interiore.

Cristina Salvadori

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